nel tuo piccolo ventre
l’armistizio.
può il tuo respiro lieve
circoscrivere il tuono
e farlo scricchiolare
nella slavina dolce
del tuo futuro?
senza l’anima non v’è corpo
-dissero-
e a ragione.
ma le bombe hanno un’anima
ben salda nel corpo d’acciaio
ed intenti precisi, adamantini.
sta alle piccole mani
pararle, come stelle cadenti.

4 assi nella manica
e nessun ragionevole sentire
oltre l’esordio del tuo viso
in una sera estiva
aspra di cicale e plenilunio.
troppe le incombenze relative
al massacro del tempo e
del residuo spazio iperbarico.
vi sono perdite insanabili
sprechi tellurici e ipocondrie.
non alghe visibili i tuoi capelli
o quello che resta
della tua fretta. nel mare
le orme dei giacinti indiani
e quell’icona sull’albero nudo:
il pavone che ti descrive

sono sull’altra riva del fiume
e quando piove veramente
il mio cuore canta.
canta per la sete degli uccelli
e per la lunga sete del lentisco
e per il faggio divino
e per il fondo della terra.
quando piove veramente
per ore ed ore del mio tempo finito
per ore ed ore del tempo infinito
io vedo tutti i miracoli
in uno

tutte le tenebre
non sono che coriandoli
affastellate stelle
buchi di tempi inconsueti.
lo spazio siamo noi, la nostra
domestica dimensione.
resta quell’unica sedia
scavata nel vimini
a dondolare le ore

il dirsi delle finestre
fatte sera dalla sera
impellenti sopra i panni
stesi alla luna e gialli
d’un giallo lunare estivo
e i discorsi inconsistenti
sui passanti sui cani sul proprio destino
di rovere o di pino e poi
gli occhi appannati, gli amanti incatenati
dietro le tende un altro mondo.
ci si chiede
di cosa parlano le finestre i balconi i sassi
ma della storia parlano, dopotutto
del chiudersi ed aprirsi e del tempo
ostinato che passa e ripassa
e non si sa chi guardi chi.

le nostre fasi finite
infinite frasi
foreste pluviali del sonno.
le lune e le orbite
e gli occhi galattici
nel vortice sapiente.
ma poi è piccolo un bacio
una rosa
una capinera.
piccolo quel salto che separa
tutta la luce dal nulla

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