a josa gli autunni.
foglie secche e legna da ardere
fiori pervicaci e alluvioni.
autunno di naufragi, questo
nell’avvilirsi delle vene
e del piede incerto sulla roccia.
trombe d’aria e salvagenti
imprese funebri e aquiloni.
il cielo manda nuove previste
la terra si assesta e riflette.
l’aria è un ricordo di odori
decisi e incontestabili.
le anime vive,le anime morte
sono altrove, ma nella loro
pungente presenza. invisibili
come la malinconia. la tenerezza
è per la frutta matura e i colori
inviano lettere d’amore e d’addio.
L’inverno esecrando va da un anno
all’altro come un biglietto d’auguri,
si ricicla cambiando il mittente.
ogni briciola si fa pane.

s’impigrisce la vampa
d’una pioggia di gialli
questo agosto smagrisce
nel pensiero d’un gelo.
foglia su foglia s’accanisce
il soffio dell’autunno, ora
soltanto una parola
li divide. la mossa sbilenca
che chiamiamo stagione

la mattina sei il resto di una stella
un tramestare le rose e gli stecchi
la sabbia ti imperla la pelle come
un vello d’oro. non sai dove andare
poi hai rapido un guizzo di tempi tesi.
l’unico ostacolo è il vento.
la meta è invisibile, un biscotto
o forse un’ode alla luna.

sono sull’altra riva del fiume
e quando piove veramente
il mio cuore canta.
canta per la sete degli uccelli
e per la lunga sete del lentisco
e per il faggio divino
e per il fondo della terra.
quando piove veramente
per ore ed ore del mio tempo finito
per ore ed ore del tempo infinito
io vedo tutti i miracoli
in uno

rimangono fisse le dimore
i giorni neri, detti notti
in cui il caldo era una sanguisuga.
si beveva aromi d’erbe e canti
come da una sorgente ipogea.
mani senza fardelli e fili di seta
per sguardi. non sapevamo dove
andare o restare.
le parole come gocce
le parole come foglie.
crescere, gemmare.
unirsi ammarare.
c’era una corsa nel cuore
e una collina superabile
una montagna superabile
il mare era un veicolo.
mi portavi fiumi di rose rosse
in una rosa rossa.

nel tuo piccolo ventre
l’armistizio.
può il tuo respiro lieve
circoscrivere il tuono
e farlo scricchiolare
nella slavina dolce
del tuo futuro?
senza l’anima non v’è corpo
-dissero-
e a ragione.
ma le bombe hanno un’anima
ben salda nel corpo d’acciaio
ed intenti precisi, adamantini.
sta alle piccole mani
pararle, come stelle cadenti.

4 assi nella manica
e nessun ragionevole sentire
oltre l’esordio del tuo viso
in una sera estiva
aspra di cicale e plenilunio.
troppe le incombenze relative
al massacro del tempo e
del residuo spazio iperbarico.
vi sono perdite insanabili
sprechi tellurici e ipocondrie.
non alghe visibili i tuoi capelli
o quello che resta
della tua fretta. nel mare
le orme dei giacinti indiani
e quell’icona sull’albero nudo:
il pavone che ti descrive