sono sull’altra riva del fiume
e quando piove veramente
il mio cuore canta.
canta per la sete degli uccelli
e per la lunga sete del lentisco
e per il faggio divino
e per il fondo della terra.
quando piove veramente
per ore ed ore del mio tempo finito
per ore ed ore del tempo infinito
io vedo tutti i miracoli
in uno

rimangono fisse le dimore
i giorni neri, detti notti
in cui il caldo era una sanguisuga.
si beveva aromi d’erbe e canti
come da una sorgente ipogea.
mani senza fardelli e fili di seta
per sguardi. non sapevamo dove
andare o restare.
le parole come gocce
le parole come foglie.
crescere, gemmare.
unirsi ammarare.
c’era una corsa nel cuore
e una collina superabile
una montagna superabile
il mare era un veicolo.
mi portavi fiumi di rose rosse
in una rosa rossa.

nel tuo piccolo ventre
l’armistizio.
può il tuo respiro lieve
circoscrivere il tuono
e farlo scricchiolare
nella slavina dolce
del tuo futuro?
senza l’anima non v’è corpo
-dissero-
e a ragione.
ma le bombe hanno un’anima
ben salda nel corpo d’acciaio
ed intenti precisi, adamantini.
sta alle piccole mani
pararle, come stelle cadenti.

4 assi nella manica
e nessun ragionevole sentire
oltre l’esordio del tuo viso
in una sera estiva
aspra di cicale e plenilunio.
troppe le incombenze relative
al massacro del tempo e
del residuo spazio iperbarico.
vi sono perdite insanabili
sprechi tellurici e ipocondrie.
non alghe visibili i tuoi capelli
o quello che resta
della tua fretta. nel mare
le orme dei giacinti indiani
e quell’icona sull’albero nudo:
il pavone che ti descrive

sono sull’altra riva del fiume
e quando piove veramente
il mio cuore canta.
canta per la sete degli uccelli
e per la lunga sete del lentisco
e per il faggio divino
e per il fondo della terra.
quando piove veramente
per ore ed ore del mio tempo finito
per ore ed ore del tempo infinito
io vedo tutti i miracoli
in uno

tutte le tenebre
non sono che coriandoli
affastellate stelle
buchi di tempi inconsueti.
lo spazio siamo noi, la nostra
domestica dimensione.
resta quell’unica sedia
scavata nel vimini
a dondolare le ore

il dirsi delle finestre
fatte sera dalla sera
impellenti sopra i panni
stesi alla luna e gialli
d’un giallo lunare estivo
e i discorsi inconsistenti
sui passanti sui cani sul proprio destino
di rovere o di pino e poi
gli occhi appannati, gli amanti incatenati
dietro le tende un altro mondo.
ci si chiede
di cosa parlano le finestre i balconi i sassi
ma della storia parlano, dopotutto
del chiudersi ed aprirsi e del tempo
ostinato che passa e ripassa
e non si sa chi guardi chi.