[ garganiche ]

ti voglio dire, bimbo
di questa terra insensata, col piede
d’olivo e i massi franti bianchissimi.
nel cuore porta un verde d’occhi vivaci
succosi come l’ombra d’un faggio, o
infedeli come un fico d’oriente.
ti dico di questa terra d’uccelli
stanziali, migrantori, marini
anch’essi feroci come feroce
è chi vi deve restare un lungo
lungo statico inverno fatto di fascine
d’olivo e sonno di mandorli.
ti voglio dire d’averla vissuta e non capita
questa terra severa,
d’esserne stata preda e prigioniera
d’averne visto il manto angelico dell’albe
e la stretta stridente delle tempeste
quando si china anche il monte
alla furia del cielo. ha odore di donna matura
saggezza di donna matura
e asprezze di giovane amante
si avvolge nella sua solitudine
d’isola, genera mostri e poesia
piccole vele e pianto di rose canine.
si rotola tra piedi torti d’ulivi
e vigne accaldatissime, s’arrovella
per i suoi figli famelici, dagli occhi fondi
come pozzi segreti, s’infuria
di trombe marine e lampeggia
su mari sabbiosi, selvaggi, primordiali.
serpente e libellula, ascoltala in silenzio
fatti solo, nella sua solitudine

il tempo va in salita
lo guardo affaticarsi
e lentamente
arrancare la vetta
e sopra, il cielo

[ spiegando ad un bambino ]

[ fuochi d’artificio]

ogni fuoco è un fuoco
solitario.
e ha massima espansione
prima di spegnersi.
entra negli occhi inaudito
aggroviglia nel sangue, ha suono
come ogni cosa. la sabbia ha suono
come quelle notti deserte
che la luna sdegna per altre risse
all’opposto del mondo.
mettiamo una mattina per gioco
la caccia al tuo tesoro presunto
la piccola meraviglia spiaggiata
nella notte di marosi.
mettiamo una domanda desueta:
“cos’è l’amore” o “cos’è la libertà”
ed io che potando la siepe
la taglio in strette strisce ventose
e poi come frangia di nuvole
te ne spiego l’idrogeno e l’ossigeno
e che tu ti accontenti.
sarebbe bello, il mondo.

[ garganiche ]

(notte di ferragosto 15)

che cosa fai stanotte?
ascolto gli alberi che parlano
della loro vita austera
e ho paura che domani
incontrandomi, i tuoi occhi cerbiatti
guarderanno altrove
non mi darai il buongiorno
ed il mio cuore diventerà
un albero austero,
un cipresso, una statua di legno
che solo, piano, respira.

il mio amore è un albero di mandorlo
timido come una sera di marzo
e dai brevi fiori. ha occhi di cervo
e cuore di libellula e va veloce
sopra campi di grano. il mio amore
è come la goccia di una cascata
ed è la cascata intera, e il suo arcobaleno.
il mio amore sa poche cose
e contiene ogni cosa, racconta
ogni cosa , in silenzio.
il mio amore ha passi brevi
piccoli piedi di pane e una
rossa bocca di gioia, come una
conchiglia di desideri. tutti vorrei che fossero
fringuelli al primo volo

tutto è possibile tranne le cose di buon senso.
la luna e le sue lunghe pause, il foglio scomparso
le stelle che talvolta cadono, come una poesia ritrovata.
amare l’assenza e sprecare l’occasione di un bacio,
tutta la tenerezza di una foglia divelta. una figlia divelta
e la riva del fiume, collezione di tramonti e vuoti a perdere.
poi il primo colpo di tosse e tutta la luce della notte
la falena la lucciola la crisalide e prima i gameti.
forse un ritorno o semplice partenza, più dolce a chi viaggia

la sera ritorna una caligine dal passato
umidità d’ossa, senso
di vecchi fiori disseccati
in libri mai letti
vaghe campane d’amori
odore di guanti da montagna
qualche nota dei primi blues.
un fazzoletto dalle cocche larghe
bianco e rosso e adolescente
quando l’adolescenza era
intorno ai vent’anni.
una scatola grande, ormai solo un chiodo
e poc’altro all’interno
forse un vago senso
dell’infinito contenuto perso.