[ garganiche ]

l’acqua ha corpo pesante
e anima leggera. solleva il mio corpo
a affossa la mia anima.
l’orizzonte marino è mare prevalente
il cielo è scontato, spesso lontano.
spesso come in quelle giornate indicibili
che si guardano maturare le olive
e il mare è fisso in attesa, immobile.
in quelle giornate che il caldo
è un male interiore, potenzialmente mortale.

INDERGARD FORT

il tempo abbandona le cose.
le dimentica, le annienta
fino all’ultimo sasso.
resta un’aura, un soffio
un sospiro del vuoto
come un canto d’acqua,
l’odore di tutte le vite
assorbite, delle stagioni,
delle ere e delle sabbie.
grate sanguigne osservano,
immensi alberi portano il seme
delle loro ali, il gioco d’amore
il grido del rapace, lo spandersi
delle distanze interminabili.
su tutto un velo
come una luce umida
un pianto perduto

[ garganiche ]

quando non c’erano gli alberi i miei genitori ascoltavano questo stesso mare.
poi piano venne il ventaglio a smorzarne la voce. pini
lecci aranci ed altri molti nobili e vivi.
poi venne la morte, la tempesta, la malattia
ed ora c’è il mare, di nuovo, ed entra in casa.
specie di notte, come un sonno vigile
come un richiamo della coscienza, lava
la cenere dal fuoco della mente, una pezza bagnata
sulla febbre. a volte si dispera, il mare
si schianta dal profondo contro sua figlia roccia
la rimuove, talaltra la rimbrotta, e spesso
l’accarezza. il folle mare che non è compreso.
il mare maturo, il mare sapiente, il mare
che tutto contiene, incontinente.
datemi un guscio, un remo, una vela
un poco di vento e il silenzio
e diventerò una lunghissima
canzone d’amore

[ garganiche ]

riscrivere i destini delle foglie
per acidi trasmissibili e computerizzati.
prima fu il verbo e poi i crisantemi.
ci sono facce perseguibili tra i muri
e dentro le trame dei vicoli
feccie variabili, coordinate
come falangi dopo vortici.
si accapiglia questa eterogenica
mancanza di approdi, ma pare
che ci sia un’isola -dicono-
fatta di pensieri immaturi
bozzoli e poi pupe
farfalle incompiute e
che ci sia una luce nelle ali a venire
visibile solo al farsi della notte
quando si spegne la propria luce

[ garganiche ]

la poesia che non è.
come il medico di torno, come le mele
come le indifferenti cingallegre e
di notte la scomparsa dei pipistrelli.
proprio come quelli, sono scomparsa io.
non più voli notturni, buio nel buio
il mio andar di frangiflutti,
spento dai tempi, veleni da cariopessi.
spenta dai tempi la luce delle cellule
la pelle lo sguardo i seni infiniti.
anticrittogamici e l’ape
la cicala la libellula invalida.
spenta dalle onde del male
dall’irrazionale, dalla calca
degli altrui vaghi sentimenti,
dagli avvisi presenti, un cappotto di legno
l’augurio del proprio sangue.
non poesia neppure urgenza
ma blando esercizio del cuore
sui tasti moderni che restano
parole sospese ed elettriche.
effimere le svolte vissute
e che mi hanno morta.
l’infame guerra
la stolida battaglia diurna
il cozzo del bene e del male,
il poco sapere, il troppo sapere.
questo e molt’altro per le scale
per i torrenti e nelle pozze
forse care alle ultime rane.
questo e molt’altro affoga il mare
paziente, affine, quotidiano.

[dacci oggi il nostro mare quotidiano
per affogarci il male quotidiano]

[ garganiche ]

venire a capo del cardine
l’ingranaggio l’aggeggio
le tue incallite mani
l’astrarsi del fico dalla forbice
lo speculare della notte e del giorno.
poi queste ginocchia
dove si posano i rondoni, a mezz’aria
stanche di essere rondoni
volendo versatili
altri strumenti di volo.
le eliche per esempio,
formattate le vecchie abitudini.
allora si potrebbe ricominciare
tu ed io io e te
come fossimo sassi, o radici di zenzero
o rapidi ligustri. un fiore bianco
invisibile ma incandescente. un fiore
fatto di solo profumo.
forse proprio lì stanno
le stelle.

[ garganiche ]

ora ti racconto del vivere.
si comincia con poco
un sacchetto di ricordi
come sassetti di Vignanotica.
poi si scrive la parola
pensiero, e poi la si pensa.
guardiamo ora le mani
improvvisamente assetate.
nel dermatoglifo quasi nulla
è cambiato eppure non siamo noi.
qualcuno, qualcosa
ci ha disseccato
traducendoci in esperanto.
vana ogni ricerca
tranne che per frammenti
disseminati in cassetti e
dirottati in soffitte da trasloco
multiple e vaghe. la maggior parte
perdute.
si finisce non si sa come
ne esattamente perché,
in un lungo lampo azzurro.