[  da un’ amaca , tra due lecci estivi  ]

 

scrivere

la giovane storia di un vecchio quadro

ritrovato nelle pieghe della burocrazia

dopo un lungo viaggio tra questure.

la tua bocca triste che ne racconta

e tutte le luci che s’accendono

in fondo al viale dell’estate,

al termine della volta a botte,

bianca.

le cose come il biscuit che danza

e la sedia delle castagne, ancora blu.

la finestrella col vaso in terracotta marina

i pesci e i coralli che la notte

scendono sul tavolo alla luce dei

campi morfici che ci avvicinano

nel sonno, e tutta la consistenza

di una tua mattina

con l’oro in bocca e la laguna ai piedi.

oppure tagliare il filo

del funambolo, circoscrivere il volo

al pensiero del volo. tutto questo

nell’improbo tentativo di

ricordare quella frase fatta

quel concetto tutt’affatto sanguigno

che assomiglia alla parola

innamorarsi

 

 

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Una risposta a “

  1. vieppiù, compagna, amica di sempre, stappiamoci qualcosa in abbondanza in bruni e arcini magoni di tanti odisseati frantumati in micropendie, in tartarugati fossili di buoni monili, in ancestrali comandi, comandi tu comando io,
    che poi, taccagna la litania del sonno ci abbandoni in loco ubriachi alquanto, in quella similitudine del triangolo smarrito.

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