lo spazio di Dio e le tue

mani in grembo nude, pietre

che il destino ha scolpito.

i fuochi neri delle stoppie e il tempo

la stagione allo specchio, mesta.

la zolla che ci contiene e sfalda, rossa

d’una terra indegna, dolorosa,

ineluttabile e natale.

dove le origini di questo male

che mi consuma come un canto

primigenio? che mi condanna

ad una appartenenza che rinnego?

gli aspri tramonti d’est, le livide

occhiate delle madri alla soglia

nere nella memoria, giudici

contro l’abbacinante bianco

della calce dei muri?

sono tutte mia madre?

e dove persi il senso del vivere

dentro un fondale chiaro

da contenere il cielo?

forse è dell’india, di quelle acque verdi

la mia linfa. forse da paria potrei

accoccolarmi sulla strada fra i porci

ed essere di nessun luogo, mai.

 

 

 

 

 

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